Le Emozioni Rubate Convegno Cattolica 24/26 Luglio 2019

NON NASCIAMO INFELICI. 
l’infelicità non è altro che l’effetto collaterale di una vita spesa a reprimere il proprio pensiero, a non seguire il PROPRIO sentire, le PROPRIE regole, i PROPRI valori, per adeguarci a quellI altrui.
In particolare modo, la causa della nostra infelicità è da attribuire a tutte quelle persone che sono (o sono state) per noi Importanti in quanto protagoniste di eventi significativi, la cui presenza nella nostra vita ha prodotto eccessiva influenza e ci lasciato un ricordo indelebile fatto di rimorsi, di rancori e di rimpianti. 
 
Sono loro aver risucchiato la nostra felicità, rubando le nostre emozioni e 
lasciandoci privi di qualunque sentimento da investire in una nuova vita. 

IL MOMENTO è GIUNTO. 
è ORA DI RIPRENDERTI TUTTO Ciò CHE TI è STATO TOLTO, 
è ORA DI RIPRENDERTI la TUA felicità.

Per poterlo fare, è necessario che tu ti fidi di noi. 
 
Certo, dirai, non è una cosa così semplice, non ci conosci nemmeno! 
E hai ragione. 
Ma se fino ad oggi hai sofferto e da solo non sei ancora riuscito a elaborare un piano 
per la tua rinascita, forse è il caso che ascolti qual’è la nostra idea di felicità e ti affidi a dei professionisti. 
 
Noi con le vittime dell’infelicità abbiamo a che fare ogni giorno, da oltre 40 anni.
Aiutiamo le persone a comprendere i perchè delle loro sofferenze, a scoprire le reali motivazioni che sussistono alla loro insoddisfazione costante, a riconoscere chi tra i protagonisti della loro esistenza ha gettato le basi del dolore che ancor oggi si portano dietro e che impedisce loro di “rifarsi” la vita che desiderano. 
Ma soprattutto siamo lì quando finalmente tutto questo riescono a superarlo, 
a lasciarselo alle spalle, e siamo i primi a veder tornare il sorriso sui loro volti. 

Questa volta, però, vogliamo esagerare: 
non ci accontentiamo di conoscere le vostre storie tra le quattro 
mura di uno studio, vogliamo farlo in aula, in occasione di evento speciale di 3 giorni per permettere così a tutti 
di portare alla luce le reliquie del proprio vissuto e lavorare insieme per tornare a risplendere di felicità. 

Per info: www.convegnicidcnv.com o 02.70124751

LA FELICITÀ E IL PARALLELISMO TRA IDEALISMO E REALISMO

Le leve motivazionali e l’importanza della conoscenza dell’inconscio e delle emozioni nelle relazioni umane e nella vita di tutti i giorni.

Nella società moderna, la ricerca sfrenata del successo, della felicità, del benessere sembra farsi sempre più difficoltoso. Per alcuni è sempre più difficile far fronte alle difficoltà, per altri sembra un sogno sempre più lontano.

Una delle cause che trovo di maggior interesse è la mancanza di univocità nella definizione dei termini e delle cose. Così come per la felicità e per l’amore, se ognuno da un significato proprio, ha una idea tutta sua per poterci arrivare, sarà persuaso e motivato nel perseguire una strada “inventata” che non porterà ovviamente da nessuna parte, se non alla frustrazione e al fallimento. Bisognerebbe cominciare a dare il giusto nome alle cose e a chiamarle con il proprio nome.

Ci sono diversi concetti di felicità: dall’edonismo all’eudaimonismo, dalla possibilità e capacità di vivere uno stato di flusso, flow (Mihály Csíkszentmihályi, 1975) al dare un significato alla propria vita (frankl) , sino alla felicità benemegliana che è serenità, armonia, benessere interiore data dall’equilibrio delle due menti, analogica/emotiva isitntuale e logica razionale, che in sostanza potrebbe raggruppare tutte le teorie filosofiche fino ad ora esplicitate integrandole tra loro. Esse ci possono portare a ritenere ogni teoria vera e applicabile, integrandole tra loro e non escludendole, per portare così l’individuo, nella sua completezza, verso la vera felicità. Infatti per il concetto di felicità benemegliana si intende “serenità” ed è felice colui che finalmente ha raggiunto ( o riacquisito) la CAPACITÀ di poter perseguire i propri SOGNI in piena LIBERTÀ ed in pace con la propria COSCIENZA. A questo aggiungerei la capacità di perseguire, raggiungere e poter vivere i propri sogni che devono sempre coincidere con uno “stile di vita” ben preciso e specifico; coincidere con uno scopo e una visione definita e soddisfacente. Diversamente si cade nella trappola dell’assolutismo verso un principio piuttosto che un altro, e quindi si diventa vittime dell’edonismo, dell’eudaimonismo, della ricerca spirituale etc. E allora perché non ricercarle e viverle tutte contemporaneamente?

La trappola della ricerca della felicità con il piacere immediato è una “felicità illusoria” ed è sempre in agguato. Il piacere ricercato, il desiderio di raggiungere quella meta svanisce nel momento stesso della conquista. Si ha così bisogno di un nuovo stimolo, di un nuovo obiettivo una volta raggiunto e così all’infinito.
È semplice pensare di sostituire quindi ogni obiettivo o sogno con un macro-sogno o macro-obiettivoche è lo scopo, la visione e lo stile di vita che si intende vivere che è una condizione, in sostanza, che non si raggiunge mai e che quindi alimenta il desiderio, la motivazione, come una stella polare o un faro che illumina la nostra strada per tutta la nostra esistenza.

È il “sogno dei sogni” che deve prevalere e sovrastare ogni altro obiettivo o desiderio che ha in sé la sua visione trascendentale e spirituale oltre che di forte impatto motivazionale che risponde alle domande:

  • per chi e/perché voglio ciò che voglio e faccio ciò che faccio?
  • In che modo voglio vivere la mia vita, facendo cosa e diventando chi?

Significa essere coscienti e disporre del proprio tempo da spendere consapevolmente in attività gratificanti, volute e scelte e non come conseguenze subìte, non come prezzo da pagare per il raggiungimento di falsi obiettivi dettati da altri fattori o da condizionamenti emotivi, privi di un vero significato, di uno scopo e quindi di un vero “perché”.

Si tratta di spostare semplicemente il “focus” un po’ più avanti e oltre il semplice raggiungimento di un obiettivo, un’idea, una cosa o una persona. Questo è a mio avviso il segreto dei segreti per la felicità. Possibile anche grazie e soprattutto alle scoperte di Stefano Benemeglio.


Si potrebbe ricercare il piacere immediato e vivere maggiormente di emozioni positive, godere del bene materiale, vivere uno stato di flusso e pieno di soddisfazioni nelle attività svolte con un grande e profondo significato della vita, senza trascurare il fatto che a livello inconscio emozionale è necessario essere liberi da ogni tipo e forma di condizionamento che impedisce e limita l’agency dell’individuo, che ne assume un carattere fondamentale se non essenziale e basilare per la felicità, il benessere e la salute.

In parte è a causa di questoimpedimento”, di questi meccanismi mentali, che l’individuo ha problemi e vive infelice e talvolta poi siammala”.

Il principio comune del senso della felicità, inteso come la ricerca del piacere immediato e continuato, che il consumismo sfrutta in ogni sua parte, fallisce di fronte alla complessità della condizione umana.

La sofferenza, privata del suo senso relazionale e contestuale, diviene sintomo di malattia e la cultura pseudo-terapeutica non riesce a debellarla e, privando l’individuo del suo rapporto riflessivo con l’esistenza, lo rinvia all’industria edonistica.

Edonismo e pseudo-terapia si alimentano così l’uno con l’altro. Il fallimento del principio del piacere può indurre al pessimismo. E questo pessimismo può essere a sua volta foraggiato dalla natura del nostro inconscio.

L’inconscio non è il contenitore della spazzatura umana e nemmeno lo scrigno di segreti inconfessabili o perlomeno non è solo questo.

L’inconscio è un regno dai confini indistinguibili, che invade il pensiero e si irradia nel corpo.

È l’affetto, il calore, il significato caldo che contraddistingue le relazioni, i gruppi, le organizzazioni. L’inconscio pervade gli incontri, gli scambi, le culture, i simboli, le relazioni affettive. È il mondo delle emozioni, come veicolo del rapporto con la realtà, come collante delle relazioni, come fondamento dei sentimenti.

È l’inconscio ad avvertirci della verità di un incontro prima che questa giunga alla coscienza, prima che sia sottoposta al pensiero.

Per ragioni storico antropologiche, l’inconscio è tendenzialmente pessimista.

Studi scientifici dimostrano che il suo lavoro primordiale è vedere in primo luogo i pericoli che minacciano la nostra sopravvivenza. L’inconscio è più sensibile al pericolo che all’opportunità, perché la varietà delle emozioni negative è di gran lunga superiore a quelle positive; le emozioni guidano il nostro inconscio e l’inconscio guida l’individuo e la sua esistenza.

È abbastanza facile prendere coscienza di questo concetto, facendo questo piccolo esercizio:

Prendi un foglio di carta e penna e scrivi tutte le emozioni negative che conosci; ora scrivi tutte quelle positive. Quali sono quelle di numero maggiore? Con tutta probabilità quelle negative saranno in prevalenza, e poiché siamo guidati dalle emozioni che sono contenute nella nostra memoria, le emozioni prevalenti caratterizzeranno la nostra tendenza alla sofferenza o al piacere, al positivismo o al pessimismo.

I nostri processi percettivi reagiscono immediatamente alle minacce, tentano in qualche modo di prevenirle.
Questo pessimismo dell’inconscio ha un senso antropologico.

“Se tu dovessi progettare la mente di un coniglio, lo faresti reagire con la stessa forza alle opportunità e alle minacce? Per nessun motivo. Perdere un indizio che segnala la presenza di cibo ha un costo basso: le probabilità vogliono che ci siano altri conigli nel mondo e un errore di questo tipo non lo porterà a morire per fame.
Invece, il costo di non cogliere gli indizi della presenza di un predatore è molto alto e può essere catastrofico: game over, fine dei giochi”. (Haidt, 2007, p.35)

Siamo dunque più sensibili alle minacce che alle opportunità.

Minacce e opportunità che oggi sono soprattutto relazionali.

Il loro ambito non sono più le foreste vergini o le pianure nebbiose, ma gli uffici, le case, le strade delle città. Forse passando dalla natura alla cultura, il nostro inconscio è diventato ancora più pessimista.
Questo principio è detto anche “inclinazione alla negatività” (Haidt, 2007, p.36).

Nei rapporti matrimoniali ci vogliono almeno cinque azioni buone o costruttive per riparare al danno provocato da un solo atto critico distruttivo.

La mente umana, la mente istintuale che ci governa e ci guida, reagisce alle “cose brutte” più in fretta, con maggiore forza e persistenza di quanto non faccia con le “cose buone”. Il nostro modo di ragionare, sentire e agire è governato da due sistemi motivazionali opposti:
un sistema di avvicinamento, che nasce da emozioni positive e spinge a muoversi verso certe cose;
un sistema di ripiegamento, che scatena emozioni negative e induce ad attaccare o meglio a ritirarsi e a fuggire.

Entrambi i sistemi sono sempre attivi, vigilano sull’ambiente e possono produrre allo stesso tempo motivazioni opposte. Il sistema di ripiegamento è di gran lunga più veloce, immediato, efficiente di quello di avvicinamento.
Il sistema di ripiegamento può indurre un’idea di felicità fondata sul concetto di protezione, difesa, nicchia di sopravvivenza, cessazione del pericolo. Questa idea è alla base di numerose scelte di vita. In ultima analisi è sintetizzabile con la frase “non voglio problemi”. Ma spesso si rivela irrealizzabile.

I problemi sono insiti in qualunque forma di convivenza sociale. Lo stesso rapporto con la natura presenta una serie infinita di problemi che l’uomo da sempre è chiamato ad affrontare.

Così la formula “life no problem”, si infrange in una serie infinita di piccoli problemi quotidianiil parcheggio che non si trova, le bollette da pagare, l’aumento dei prezzi, la rata del mutuo, il rumore del vicino di casa, la pagella del figlio adolescente, le angosce del capo, il lavoro che non si trova, le incertezze dell’amore.

Volere una vita dove non ci sono problemi ci rende poco allenati nell’affrontarli non funziona e ci indebolisce.

La cultura pseudo terapeutica ci considera esseri malati fragili incapaci di affrontare le avversità, pronti a soccombere. Così ogni evento negativo con una perdita o una sconfitta diventa un trauma, da cui possiamo riprenderci solo con l’aiuto di medici e medicine. Abbiamo paura di come reagire. Questa paura è fondata sul concetto di profonda auto svalutazione di noi stessi.

“Se ci convinciamo di essere fragili e indifesi, lo diventiamo. Perché perdiamo fiducia in noi stessi ci priviamo della convinzione che possiamo reagire, che possiamo affrontare traumi e avversità. È stato dimostrato che gli ottimisti hanno maggiori possibilità di affrontare traumi rispetto ai pessimisti. D’altra parte non esiste formula, garanzia, ricetta, allenamento che permette di avere una crescita in seguito a un trauma. La possibilità di crescita è appunto una possibilità. E come tale non va trascurata o negata come invece tende a fare la cultura pseudo terapeutica”. (Stanchieri, 2008)

A tal punto mi viene da fare una riflessione circa la MOTIVAZIONE più profonda che guida le personese fossimo in verità separati in due MACRO CATEGORIE?

Prendendo in esame le scoperte del Professor Benemeglio in riferimento al pensiero che domina l’individuo, in un ottica trascendentale e metafisica, sappiamo che un individuo può essere dominato da un pensiero istituzionale, piu logico e razionale, più “umano” oppure dominato da un pensiero trasgressivo, più istintuale, guidato dalle emozioni. Più propriamente identificati rispettivamente come “pensiero realista” (logico razionale) e “pensiero idealista” ( istintuale emotivo).

Possiamo supporre allora che l’individuo dominato dal PENSIERO REALISTA sia prevalentemente propenso ad essere guidato dal “sistema di ripiegamento” e quindi ad allontanarsi dai problemi, pericoli, ostacoli che si frappongono tra lui e i suoi sogni. È l’individuo tendenzialmente “realista” quello più motivato ad agire per paura delle conseguenze, motivato ad agire per paura e per evitamento con il Metaprogramma “via da”.

Mentre l’individuo dominato dal PENSIERO IDEALISTA, sia prevalentemente propenso ad essere guidato dal “sistema di avvicinamento” e quindi ad agire verso, spinto dal desiderio di raggiungere qualcosa piuttosto che di evitare qualcos’altro. Dalle conseguenze positive che “finalmente” potrà ottenere una volta raggiunto, piuttosto che dalle conseguenze negative alle quali andrà incontro se invece non lo raggiungerà.

È evidente che entrambe le funzioni sono presenti su chiunque ed è impensabile supporre che chi ha un tipo di “pensiero” non abbia anche l’altro. In determinati contesti e momenti della vita, i due sistemi sono presenti sempre su chiunque, ma sarà prevalentemente uno dei due a guidare l’individuo.

Questo principio e queste conoscenze possono trovare implicazioni pratiche e utili nella vita di tutti i giorni, come anche nelle relazioni interpersonali, professionali e sentimentali affettive, così come anche nella vendita, per definire le pulsioni e motivazioni all’acquisto, nel marketing e nel copywriting, ambiti in fase di studio e sperimentazioni in cui applico con successo queste conoscenze e le scoperte del Professor Benemeglio, oltre che ovviamente applicarle con ampio successo nei processi di coaching e mentoring professionale.

FONTE: www.upda.it
ARTICOLO DI: Salvo Meloni www.salvomeloni.com

Fisioanalogia e fisiopatologia della sindrome di Takotsubo

Nell’ambito delle (numerose ma non spesso percepite) condizioni cliniche di natura medica che dimostrano una chiara correlazione, non solo clinica, tra il mondo emotivo e le conseguenze bio-anatomiche verificabili mediante chiare manifestazioni sintomatiche, ne esiste una che vale la pena di conoscere per le sue implicazioni fisiopatologiche, ovvero la sindrome di Takotsubo.

Parlando di fisiopatologia in questi casi bisogna intendere l’intricato crossing fra il mondo della Fisioanalogia Benemegliana e quello proprio della fisiopatologia medica. Esistono cioè territori che si embricano, a dimostrazione di quanto lo studio della fisiopatologia umana non dovrebbe prescindere dalle implicazioni fisioanalogiche: un mondo cioè dove il sintomo o la malattia riflettono un complesso sistema comunicativo analogico che, subdolamente o acutamente, riveste il ruolo di “noxa” patogena.

Tornando alla sindrome di Takotsubo, il nome riflette analogicamente la forma di uno strumento giapponese da pesca: le alterazioni cinetiche a carico del cuore coinvolgono preferenzialmente l’apice del ventricolo sinistro che, in concomitanza con l’ipercinesia dei segmenti basali dello stesso, assume una forma simile a quella di un cestello, il tako-tsubo, usato dai pescatori giapponesi per la cattura dei polpi.

La sindrome, caratterizzata da disfunzione sistolica regionale acuta del ventricolo sinistro, è sempre correlata a stress psicofisico acuto (forti emozioni, paura, panico, spaventi, lutti), con una prevalenza nel sesso femminile in età post menopausale.

La condizione è stata identificata agli inizi degli anni ’90 come una nuova entità clinica, una cardiomiopatia con quadro di esordio tipico di quello di un Infarto Miocardico acuto, in considerazione delle tipiche alterazioni elettrocardiografiche e della sintomatologia d’esordio.

I sintomi includono dolore al petto, difficoltà di respirazione e improvvisa perdita di coscienza. Tipicamente la sintomatologia, le alterazioni elettrocardiografiche e biochimiche sono reversibili con diverse modalità cronologiche. La sindrome ha un’incidenza nella popolazione generale di 1/36.000.

A differenza delle sindromi arteriose coronariche acute, i pazienti affetti da Takotsubo non presentano malattie arteriose coronariche non ostruttive o non vengono riconosciuti con l’angiografia. Le complicazioni più comuni sono lo shock cardiogeno e l‘occlusione del tratto di efflusso del ventricolo sinistro, l’ictus e la formazione di un trombo atipico. La terapia è sintomatica e di supporto, e deve basarsi sulla somministrazione di farmaci beta-bloccanti (inibitori del sistema nervoso simpatico), inibitori dell’enzima angiotensina-convertasi, aspirina e diuretici. Se vengono instaurate misure adeguate nella fase acuta della malattia, in poche settimane è possibile ottenere un recupero completo. Anche se l’evoluzione di regola non causa problemi, può occasionalmente essere complicata dalla rottura del ventricolo sinistro, che è causa di morte improvvisa.

Data la rarità della situazione, le casistiche attuali sono generalmente limitate. La mia esperienza clinica mi ha permesso, dal 2010 in poi, di raccoglierne 12 casi (11 donne, 1 uomo, età media 57.8 anni).

In tutti i 12 soggetti, in fase di convalescenza, è stata raccolta l’anamnesi fisioanalogica mediante il Test Analogico di Personalità (T.A.P.) secondo il metodo di Stefano Benemeglio. Un dato di assoluto interesse è stato il rilievo in tutti i casi di una conflittualità o ex conflittualità paterna (Ego F 10, genitoriali 2). Questo dato trova ulteriore rilievo nella constatazione del significato simbolico del ventricolo sinistro, chiaro riferimento alla simbologia Asta (ventricolo muscolare, di forma allungata conoide, con funzione di pompa eiettiva in quanto il ventricolo destro ha funzione di accoglienza, corredato di ampia massa muscolare).
Nei pazienti studiati il fatto emotivo scatenante è stato sempre individuato mediante opportuna indagine ipnotica, in relazione analogica ad un antefatto emotivo in correlazione a interventi della figura paterna o di figure significative con atteggiamenti paterni, generalmente strutturando problemi di libertà o di coscienza ex libertà.

Un ulteriore aspetto fisiopatologico e fisionalogico è rappresentato dall’iperattivazione del sistema neurovegetativo simpatico. In condizioni di equilibrio esiste un equilibrio in alternanza nel funzionamento del sistema neurovegetativo (simpatico e vagale parasimpatico): il sistema simpatico viene massivamente attivato nel caso di reazioni “flight or fight”, mentre il sistema vagale viene attivato in condizioni di “freezing” (vago dorsale) o di socialità, a dimostrazione di un ulteriore meccanismo binario nel funzionamento della mente istintuale (in questo caso rettiliana secondo i concetti di Mc Lean relativi alla mente triadica).

La sindrome di Takotsubo si verificherebbe quindi, dal punto di vista fisioanalogico e fisiopatologico, in soggetti con predisposizione dovuta ad una specifica connotazione simbolica della mente paleoencefalica emotiva (conflittuali o ex conflittuali paterni), con un problema di libertà o di coscienza ex libertà in atto, la cui reazione ad uno stress acuto emotivamente adeguato coinvolga una intensa attivazione della mente istintuale rettiliana spostando l’equilibrio neurovegetativo sul versante della iperattivazione simpatica (flight or fight) con la conseguente iperincrezione acuta di mediatori biochimici ed ormonali di tipo cardioeccitatorio (adrenalina, noradrenalina) con “stunning” del miocardio del ventricolo sinistro apicale, dilatazione ed assunzione della caratteristica forma a cestello. Come sempre, l’attivazione della comunicazione simbolica che rifletta la conflittualità paterna si manifesta in questi soggetti con la “scelta” centrale dell’organo bersaglio (ventricolo sinistro).

Altra considerazione a ponte tra Fisioanalogia e fisiopatologia sta nella presenza inevitabile di ischemia ovvero di insufficienza di apporto di sangue coronarico in presenza di elevate esigenze metaboliche del ventricolo sinistro (indotte dallo stato di ipersimpaticotonia).

Anche il significato simbolico delle arterie coronarie entra nella valutazione fisioanalogica della sindrome. Le coronarie trasportano ossigeno e nutrimenti prevalentemente al ventricolo sinistro con un chiaro riferimento simbolico all’apparato psico-energetico paterno. La situazione di ischemia della sindrome di Takotsubo si riferisce ad un insufficiente apporto a fronte di elevate richieste, configurando una classica situazione di padre energeticamente assente ed implicando alcune considerazioni rispetto alla distonia di base (dell’avere) di questi individui.

FONTE: Roberto Baglini